Ad imitazione di Cristo crocifisso

Ad imitazione di Cristo crocifisso

Il trasferimento di Teresio nel campo di concentramento di Bolzano (8 agosto 1944) inaugura il periodo di una prova durissima: la salita verso il calvario, poiché essere trasferiti a Bolzano significa stare alle porte dei lager della Germania, dove si tenta di annientare l’uomo e la sua anima. Egli comprende allora che è giunto il momento del dono totale e irrevocabile della propria vita per la salvezza degli altri; capisce che il progetto divino adesso prevede che al piano dell’azione subentri quello dell’immolazione. L’accettarlo e farlo suo è la via della perfezione di Olivelli prigioniero. Come sempre, accetta la via del Signore. Il tempo della deportazione rappresenta per Teresio l’ora più vera della configurazione esigente a Gesù crocifisso: il ventottenne laico di Azione Cattolica della parrocchia di S. Lorenzo in Mortara accetta con mansuetudine di salire il proprio calvario, mostrandosi costantemente “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is. 53, 3). Non aveva forse scritto a vent’anni, in occasione del convegno diocesano dei giovani di AC, svoltosi a Scaldasole il 25 ottobre 1936, “Signore, le tue braccia, espanse e confitte sul patibolo, mi hanno raggiunto e catturato. Fammi consapevole e grato del tuo sacrificio per me, inconcusso nel crederlo, ardente e generoso nell’imitarlo. Fammi sempre più sensibile al tuo ‘Sitio’ straziante. Signore mio e Dio mio, tu ‘mi hai amato e hai dato te stesso per me’ (cfr Gal 2, 20). Anch’io dunque voglio amarti e sacrificarmi per te.”?

Il Signore, a questo punto, non gli chiede soltanto di fissare nella mente il pensiero della croce o di dichiararne la conformazione della vita, ma gli domanda di stendersi sopra, in quel gesto di abbandono totale di chi sa che è tempo di entrare nel “mistero dell’ora” perché tutto si compia: così Teresio si associa consapevolmente alla passione redentrice di Cristo.
Sicuro che espiare e costruire con Cristo è edificare per gli uomini, per l’Italia, si dona completamente ai suoi compagni di prigionia: si fa avanti come interprete, si priva del cibo per darlo agli ammalati, difende i compagni di fronte ai capiblocco stoltamente crudeli e si espone incessantemente con atti di ardente carità, in conseguenza dei quali è duramente percosso.

Senza sosta rischia per il rispetto dei valori e per “farsi prossimo”; è un continuo fiorire di gesti evangelicamente fecondi. A Bolzano, a Flossenburg e ad Hersbruck il dovere della carità, portato fino all’eroismo, diventa per Teresio una norma di vita e si esprime nel continuo prodigarsi per gli altri, specialmente i più deboli ed esposti alla ferocia nazista. Attraverso le parole dei compagni di prigionia nei lager si possono cogliere gli aspetti più interiori di questa ultima dolorosa tappa del pellegrinaggio terreno di Olivelli. Sono espressioni vibranti di affetto e di ammirazione per un amico comunemente considerato al di sopra di tutti nel suo eroico sacrificarsi per amore del prossimo. I reduci dei lager di Bolzano, Flossenburg ed Hersbruck, in qualità di testimoni oculari, sono concordi nell’attestare che egli in quei luoghi di dolore sa cogliere ogni circostanza che la vita quotidiana gli presenta per esercitare in sommo grado le virtù cristiane. In particolare, sostengono che la sua “ossessionante e continua carità” scaturisce dalla fede in Cristo, del quale si dimostra fedele discepolo. Nel momento stesso in cui osservano i gesti di carità di Teresio, i suoi compagni di prigionia considerano tale comportamento come straordinario; mentre è ancora in vita lo reputano zelante apostolo e vero santo e, da subito, ritengono la sua morte come la morte di un martire. In questi luoghi di dolore, tutta la sua condotta ha dell’eroico, mostrando il suo acme nel vivere il comandamento dell’amore al prossimo fino al completo dono di sé. Tale comportamento corrisponde alla pratica della virtù teologale della carità e costituisce un unicum nel campo, come anche la causa delle percosse a lui inflitte, poiché il Kapò lo odia e lo picchia quotidianamente a causa dei suoi continui atti di carità. Ma Teresio non odia nessuno, neppure il persecutore, sempre sopporta tutto, non avendo paura di morire. Volontariamente e consapevolmente va incontro alla morte, in un estremo atto di amore per i più bisognosi.

Nei campi di prigionia di Bolzano, Flossenburg ed Hersbruck diviene il fratello e la guida mandato da Dio, come Mosè, a sollevare i fratelli nell’afflizione (Es. 3, 9-10). Gli ultimi giorni della sua vita sono vissuti nel segno di una lucida consapevolezza della fine imminente e del conseguente fiducioso abbandono alla volontà di Dio. E’ sereno di fronte alla prospettiva imminente della morte. Fino all’ultimo, pur prostrato nel fisico, si accosta alle sofferenze degli altri in un eroico atteggiamento di inesausta disponibilità nei loro confronti. L’inesauribile desiderio di offerta che lo accompagna fino alla fine è significato anche dalla incessante preghiera, che caratterizza il tempo che precede la morte; la persona che gli è accanto testimonia che spira pregando. Il 17 gennaio 1945 muore con Cristo perché gli altri vivano (II Cor. 4, 10-12). Bastonato a sangue l’ennesima volta per aver soccorso un un prigioniero maltrattato, facendo scudo con il proprio corpo, finisce martire di carità. Realizza così quanto espresso nove anni prima nel menzionato convegno di AC a Scaldasole: “Signore, il tuo categorico amore, che ti spinse a sacrificarti per me, fa nascere in me un amore nuovo, puro, sereno, inestinguibile che mi fa considerare il martirio per te, l’immolazione per i fratelli. Fammi consapevole e grato del tuo sacrificio per me, inconcusso nel crederlo, ardente e generoso nell’imitarlo”. La sequela e l’imitazione di Cristo crocifisso sono compiute.

Mons. Paolo Rizzi

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