PUBBLICATO IL DECRETO SUL MARTIRIO

VIGLEVANENSIS
Beatificationis et Canonizationis
Ven. Servi Dei TERESII OLIVELLI
Christifidelis Laici
(1916-1945)
SUPER MARTYRIO

«Vogliamo vivere con te, Signore Gesù, soffrire con te, crocifiggerci con te, morire come te per vivere e far vivere. Il tuo categorico amore, che ti spinse a sacrificarti per me, fa nascere in me un amore nuovo, puro, sereno, inestinguibile che mi fa considerare il martirio per te, l’immolazione per i fratelli».
In queste parole si riassume la vicenda umana e cristiana del Venerabile Servo di Dio Teresio Olivelli che, nel breve corso della sua vita, seppe offrire una valida testimonianza di una incessante ed eroica donazione a Dio e ai fratelli. Egli nacque a Bellagio (CO) il 7 gennaio 1916 in una famiglia della media borghesia, dove ha uno zio prete che sarà il suo direttore spirituale. Trasferitosi nei luoghi di origine della famiglia, si stabilì a Zeme e poi a Mortara, diocesi di Vigevano (PV), dove frequentò la scuola elementare e media per poi accedere al liceo di Vigevano. Significative le sue prime esperienze nella parrocchia di Mortara e nel locale Circolo giovanile cattolico: formazione cristiana e impegno ascetico, azione pastorale e caritativa verso i più bisognosi.
Nel 1934 si iscrisse a giurisprudenza a Pavia come alunno del Collegio Ghislieri, di cui diverrà poi rettore. Allo studio e alla passione per gli sport univa la costante attenzione ai poveri. Si iscrisse alla GUF ma frequentò anche la FUCI e la San Vincenzo, dove operò a sostegno dei poveri nei loro bisogni materiali e spirituali. Nel 1938 si laureò e divenne assistente di diritto amministrativo a Torino. Il triennio 1939-1941 lo visse inserito criticamente nel fascismo per dare un’anima cristiana al sistema; la sua adesione è selettiva, non ideologica, motivata da ragioni prevalentemente spirituali. Vinse i Littoriali culturali di Trieste (1939), dove sostenne l’uguale dignità di ogni persona, a prescindere dalla razza, suscitando meraviglia. In tale occasione fu notato dal presidente dell’Istituto nazionale di cultura fascista (INCF) Camillo Pellizzi, esponente della corrente critica del fascismo di Bottai, che lo volle con sé a Roma come funzionario del medesimo Istituto.
Dal febbraio 1941 entrò nella carriera militare, e, pur potendolo evitare, chiese di partire come volontario in Russia per poter condividere con abnegazione evangelica le sorti del suo Paese, delle classi sociali più basse, nella sofferenza e nella precarietà della spedizione italiana, che diverrà presto la tragica ritirata: qui Teresio si spese in un’opera diuturna di soccorso ai soldati feriti, a continuo rischio della propria e vita e con continui gesti di altissima carità. Quando rimpatriò, il suo distacco dal fascismo, iniziato già con le leggi razziali, era ormai consumato. Esercita la funzione di Rettore del Ghislieri dal 7 maggio al 19 luglio 1943, con successive licenze.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre non si consegnò ai tedeschi e si rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, pertanto fu arrestato e deportato in Austria. Riuscito a fuggire si affiancò alla Resistenza cattolica lombarda per annunciare l’amore cristiano contro gli odi delle ritorsioni: non si definì ‘partigiano’ ma ‘ribelle per amore’. Svolse funzioni di collegamento tra il Comitato di liberazione nazionale (CLN) locale e le Fiamme verdi di Brescia; il suo impegno maggiore fu formativo e di propaganda di un umanesimo cristiano nella resistenza. In continuità con questo obiettivo diede vita, insieme al presidente della FUCI ambrosiana Carlo Bianchi e a Claudio Sartori, al foglio clandestino Il Ribelle, per dire la rivolta dello spirito contro la violenza e per la libertà.
Il 27 aprile 1944 fu arrestato a Milano, assieme a Carlo Bianchi, per motivi politici ma soprattutto religiosi, in quanto esponente della FUCI e per la sua attività giornalistica chiaramente di indole morale e cattolica. Condotto al carcere di San Vittore, venne trasferito al campo di Fossoli e poi a Gries-Bolzano. Nel settembre 1944 fu inviato al lager di Flossenbürg; qui, come anche negli altri luoghi di prigionia, si distinse per la carità verso i propri compagni, per l’atteggiamento mite verso i persecutori, ricevendo a causa della sua testimonianza cristiana percosse e torture, che ne debilitarono il fisico. Rinunciò a farsi inserire tra quanti erano destinati al lavoro nelle fabbriche, con alta probabilità di salvare la vita, volendo stare vicino ai più bisognosi di cure e di sostegno, e preferì essere trasferito al campo di Hersbruck, le cui condizioni di vita erano estremamente dure e la morte era quasi certa. In un contesto di violenza e di vessazioni, egli continuò una vita di preghiera e di testimonianza evangelica. Assisteva materialmente e spiritualmente i compagni feriti e accompagnava con la preghiera il trapasso dei moribondi; interveniva a difesa dei più deboli e dei più colpiti, interponendosi e prendendo materialmente lui le percosse destinate ad altri o rinunciando alla sua razione di cibo per i malati e gli esausti. Questo atteggiamento suscitava l’odio delle SS e dei kapò che si accanivano su di lui. Angariato e percosso per il suo atteggiamento religioso e caritativo, sapeva di poter morire, ma non defletteva dal suo proposito di solidarietà cristiana.
Con il corpo ormai tutto pieno di piaghe e di ferite, continuò ad aiutare gli altri, fino all’estremo sacrificio: il 31 dicembre 1944 si protese in un estremo gesto d’amore verso un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato dal kapò polacco della baracca n.9; questi gli sferrò un violento calcio al basso ventre, determinando l’aggravarsi delle sue condizioni. Trasferito nell’infermeria del campo, morì alle prime ore del 17 gennaio 1945 dopo una lunga agonia vissuta nella preghiera. Nei giorni seguenti il suo corpo venne cremato. I suoi compagni di prigionia videro la sua morte come quella di un martire per la fede e la carità.
In virtù della fama di santità e di martirio, fu celebrata presso la Curia Vescovile di Vigevano dal marzo 1987 al settembre 1989 l’Inchiesta Diocesana, la cui validità giuridica è stata riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi il 27 marzo 1992. Fu elaborata sia una Positio super Virtutibus che una Positio super Martyrio, consegnate il 24 luglio 2013. Seguendo le decisioni del Congresso Ordinario, le due Positio sono state sottoposte ai Teologi che, il 17 dicembre 2013, hanno approvato le virtù, sospendendo il giudizio sul martirio. Il 14 dicembre 2015, con l’autorizzazione del Sommo Pontefice Francesco, fu promulgato il decreto super virtutibus heroicis. Preparata la Nova Positio super Martyrio con i nuovi elementi di prova raccolti, il 7 marzo 2017 si celebrò il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, che espresse parere favorevole. Infine, i Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 6 giugno 2017, presieduta da me Cardinale Angelo Amato, sentita la relazione del Ponente della Causa, Cardinale Mauro Piacenza, hanno riconosciuto che il suddetto Venerabile Servo di Dio fu ucciso in odio alla fede e per la sua fedeltà a Cristo e al Vangelo della carità.
Fatta dunque un’accurata relazione di tutte queste cose da parte del sottoscritto Cardinale Prefetto al Sommo Pontefice Francesco, lo stesso Santo Padre, ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, in data odierna ha dichiarato: consta il martirio e la sua causa del Venerabile Servo di Dio Teresio Olivelli, fedele laico, per il caso e l’effetto di cui si tratta.
Infine il Sommo Pontefice ordinò che questo decreto fosse pubblicato e trascritto negli Atti della Congregazione delle Cause dei Santi.
Dato a Roma, il 16 del mese di giugno dell’anno del Signore 2017.

ANGELO Card. AMATO, S. D. B.
Prefetto

+ MARCELLO BARTOLUCCI
Arciv. tit. di Bevagna
Segretario